Ormai è risaputo: l’adolescenza è un’età tumultuosa.

L’avventura della crescita porta in questo periodo numerose novità: i cambiamenti del corpo danno il via ad una serie di trasformazioni emotive e psichiche che coinvolgono (e sconvolgono) non solo l’adolescente stesso, ma l’intero clima familiare.

Al di là della necessità di rivedere dunque relazioni e ruoli, è bene evidenziare che

questo tumulto sarebbe portatore di un nuovo compito evolutivo, ovvero quello di integrare gradualmente tutti i mutamenti in corso per dare modo a ciascun ragazzo/ragazza di costruire e affermare la propria identità.

Essere adolescenti in piena pandemia mondiale però, con le restrizioni che l’emergenza sanitaria impone ormai da un anno, rende tutto estremamente complesso.

Pandemia e adolescenti: quali sono i rischi?

Il virus e le sue conseguenze, il perdurare del lockdown, la confusione generata dalle continue “chiusure e riaperture”, l’imprevedibilità delle stesse, le restrizioni alle occasioni di socialità, la Didattica A Distanza (ribattezzata Didattica Digitale Integrata, forse con il non facile obiettivo di rinobilitarla) e il blocco delle attività sportive stanno provocando pesanti ripercussioni sulla salute psichica ed emotiva generale.

I professionisti della salute psicologica hanno già iniziato ad evidenziare le conseguenze di un’emergenza sanitaria che, purtroppo, sta diventando anche psicologica.

Ma quali sono i rischi per i nostri preadolescenti e adolescenti? Vediamoli uno per uno.

A. La mancanza di socialità (lockdown e distanziamento sociale)

Innanzitutto, bisogna tenere in considerazione che ogni essere umano vive di relazioni significative.

Immaginiamo quindi le importanti implicazioni del distanziamento sociale: non avere contatti fisici con i propri pari sottrae stimoli importanti al nostro “cervello emotivo”.

Già dalla preadolescenza, infatti, le relazioni diventano il terreno fondamentale su cui si basano l’esplorazione e la conoscenza di sé e del mondo, ma soprattutto di sé in relazione all’Altro.

Chi sono io per l’Altro? Che idea do di me? Cosa penserà di me?

Sono queste le domande che i ragazzi si pongono e le cui risposte possono essere formulate solo stando con i pari.

Per i maschi la definizione di sé, del proprio corpo e della propria identità di genere passa anche attraverso l’esperienza di testare i limiti della propria forza. Ecco che allora per i ragazzi i duelli, le sfide corporee e lo sport rappresentano occasioni di relazione insostituibili.

Le femmine, invece, iniziano in preadolescenza a muoversi alla scoperta di rapporti scelti sulla base di interessi e affinità personali, anziché su suggerimento/interessi genitoriali. Il rapporto con l’Altro diventa l’occasione per “potersi rappresentare”. Ecco allora che il gruppo, le uscite per lo shopping e le confidenze con l’amica del cuore assumono un valore centrale nell’esperienza quotidiana.

Se non c’è la possibilità di incontrarsi, i/le ragazzi/e vengono privati/e di occasioni di confronto, inclusione e accettazione, rischiando di aggravare un senso di solitudine già piuttosto comune in questa fase evolutiva.

L’isolamento, quindi, unito alla mancanza di motivazioni per “uscire”, finisce per nutrire e “autorizzare” la tendenza a chiudersi dentro casa.

Secondo alcuni esperti, isolarsi in camera diventa ora una modalità che aiuta ad adattarsi alle restrizioni.

Il rischio però è che i genitori finiscano col sottovalutare la situazione e che essa diventi così uno stile di vita necessario a ripararsi dal confronto.

È oggi infatti “normale” delegare ai devices digitali le proprie esperienze sociali: si gioca on-line, si studia on-line, si parla on-line, si viaggia on-line, limitando sempre più le interazioni reali.

C’è un ulteriore aspetto da considerare per quanto riguarda la definizione della propria identità, compito di questo particolare momento di crescita: essa avviene anche attraverso la costruzione del valore del proprio corpo.

Senza i contatti, gli abbracci, le spallate, le lotte e i giochi corporei tipici dei ragazzi, senza la possibilità di misurarsi e di conoscersi attraverso l’Altro e di essere accettati anche per il proprio corpo, il rischio è forse che il corpo reale venga svalorizzato in favore di un corpo fin troppo idealizzato, causando vissuti di non accettazione della propria fisicità.


B. La chiusura delle scuole

Fin dallo scorso marzo, quando la DAD è entrata nelle case italiane, i genitori si sono molto preoccupati per l’aspetto didattico, ossia per le parti dei programmi ministeriali che non venivano affrontate a causa della chiusura degli istituti scolastici.

Dimentichiamo, tuttavia, che la scuola è in primis occasione di incontro, luogo in cui sperimentare e interiorizzare buone regole di comportamento sociale.

È il luogo dell’apprendimento a 360°, dove si impara ad incontrare i propri limiti e a gestire la frustrazione conseguente, dove si conoscono i propri punti di forza, ma anche le proprie fragilità: ce la farò a parlare davanti agli altri? Verrò invitata all’intervallo? Se chiedo al prof. di rimandare l’interrogazione, mi ascolterà?

La frequenza scolastica permette, inoltre, di assecondare una regolarità fisiologica, ovvero di avere e mantenere delle routine rassicuranti: ci si alza alla stessa ora, ci si prepara, si esce, si torna…tutto con una costanza di orari necessaria a mantenere stabili i ritmi, quindi a mangiare e a dormire in modo fisiologico, ad assecondare il corpo nelle sue funzioni.

La DAD, invece, vede adolescenti in collegamento dal loro letto, che rimangono sdraiati anche al termine delle lezioni, mangiano ad orari sballati e si addormentano sempre più tardi, spesso a notte fonda, finendo con l’invertire il ritmo sonno-veglia.


C. L’ansia, la paura e le reazioni correlate

Chi lavora con gli adolescenti e le famiglie, da qualche tempo, ha visto incrementare le segnalazioni di malessere: i ragazzi soffrono di attacchi d’ansia, di insonnia, disturbi psicosomatici; sono maggiormente irritabili o altre volte chiusi in un silenzio assordante; attaccano il loro corpo o lo nascondono…insomma, presentano una serie di difficoltà aggravate dalla pandemia.

I ragazzi sono stati etichettati come “quelli che non pensavano ai nonni, che vedevano i loro amici e poi rischiavano di contagiarli”, mentre spesso è accaduto proprio il contrario: alcuni di loro si sono dichiarati (e lo sono tuttora) angosciati all’idea di poter essere veicolo di contagio per i loro cari, alimentando i disagi sopraelencati.

Il tema della morte è arrivato nelle case investendoci, presentato in modo massificato, lasciandoci quindi impotenti e disarmati. La paura, lo sgomento, la paralisi sono diventate reazioni comuni, non solo per gli adulti quindi, ma anche per i ragazzi, finendo per acuire difficoltà comuni a quest’età.

Il ruolo dei genitori in tempi di pandemia

Prima dello scoppio della pandemia, avevamo parlato di quali fossero i punti chiave per promuovere una relazione stabile tra adolescenti e genitori.

Ma, in relazione alla situazione attuale e questa nuova cornice, cosa possono fare allora i genitori, in questo momento, per sostenere gli adolescenti?

1. Dedicare Tempo

Sembrerà banale, ma la prima cosa da fare per un genitore è ESSERCI, ovvero garantire, attraverso la presenza, tempi e possibilità alla relazione con i figli.

Questo non vuol dire condividere attività e fare per forza delle cose insieme, bensì avere il tempo per essere raggiunti dai loro silenzi, dalle loro frasi abbozzate o, in generale, da quei comportamenti che potrebbero essere interpretati come messaggi da leggere.

Vuol dire scambiarsi sguardi e sorrisi dai rispettivi PC oppure far loro un gesto gentile se li si vede immersi nella noia o nella stanchezza.

adolescenti e genitori in pandemia, giovane adolescente con mamma, sorridono in camera


2. Lasciare spazio

In questo momento è utile provare a fare un passo indietro, ovvero trattenersi dal riempire lo spazio relazionale con parole, proposte e soluzioni che arrivano dai genitori, affinché ciascun/a ragazzo/a possa trovare il proprio linguaggio o la propria modalità per esprimere, eventualmente, quello che sente.


3. Parlare del dolore e della fatica

In questi ultimi anni una delle difficoltà comunemente rilevate dagli psicologi che si occupano di età evolutiva e famiglie è la fatica di tollerare la fragilità e le difficoltà dei figli, in un tentativo spasmodico di tenerli lontani da qualsiasi dolore.

Si vorrebbe che i figli fossero “sempre felici, forti, adeguati in qualunque situazione e mai fragili”.

Ecco, questo non sta nella natura umana, né tantomeno nella fisiologia dei percorsi evolutivi che sono invece fatti di passi in avanti e regressioni, di inciampi e di cadute, di fragilità e di resilienza.

Per questo permettere ai figli di “sentire esattamente quello che sentono”, senza avere l’aspettativa di risolvere in fretta la loro difficoltà, potrebbe già essere l’inizio del cambiamento.

Del resto, riprendendo le parole di Matteo Lancini, noto psicoterapeuta dell’adolescenza, “senza dolore, nessuno trova il vero sé”.

Ma come si traduce questo nella quotidianità?

Per esempio, i genitori potrebbero cominciare raccontando ai figli come si sentono, esprimendo il loro dolore, la loro stanchezza, le loro paure in una condivisione che non ha lo scopo di “sfogare” le proprie angosce, bensì di mostrare all’adolescente come si fa e sostenerlo così nel pensare alla possibilità di esprimere le proprie difficoltà. Se gli adulti parlano di ciò che li spaventa, allora “è normale avere paura”, allora “forse… posso provare a farlo anch’io”.

Si potrebbe provare a chiedere ai ragazzi come si sentono, ascoltando con curiosità ed empatia la loro risposta e, magari, normalizzare la rabbia che sentono, assolutamente umana e comprensibile in una situazione così difficile. Del resto, se proviamo a metterci nei panni di un adolescente che deve esplorare il mondo per crescere, una vita piena di restrizioni, senza viaggi, senza incontri e senza riti di passaggio, questa situazione risulta profondamente intollerabile.


4. Incoraggiare alla responsabilità

Una volta arrivata l’età dell’adolescenza, spesso i genitori passano da una modalità educativa affettiva ad una modalità che si basa sul controllo.

Sempre Matteo Lancini sostiene che, al contrario, sarebbe utile incoraggiare i ragazzi all’assunzione di responsabilità, così da permettere loro di trovare strategie per “uscire” dall’immobilità e dall’apatia.

Bisognerebbe puntare alla valorizzazione dei loro talenti, all’ascolto delle loro ragioni al fine di trovare insieme la “misura della distanza educativa” da tenere.


5. Prestare attenzione al ritmo sonno-veglia

Pensando all’importanza del ritmo sonno-veglia in quanto fattore che influenza l’alimentazione, i livelli ormonali e il metabolismo, è quindi fondamentale capire quanto sia necessario, all’interno di una variabilità individuale, fare in modo che i ragazzi dormano sufficientemente e mangino ad orari regolari.

In primis, ciò potrebbe essere portato avanti spiegando loro come ciò influenzi il benessere/malessere fisico e mentale. Se poi questo non dovesse essere sufficiente sarebbe bene regolamentare i ritmi quotidiani, al fine di mantenere quella ritualità che rischia di saltare a causa della chiusura delle scuole.

Non va dimenticata però l’ottica entro cui ciò dovrebbe avvenire: non un controllo, magari arricchito da minacce, bensì un accompagnamento alla responsabilizzazione anche in questo ambito.


6. Raggiungere l’adolescente nel suo mondo

Sia che si tratti di ritiro nella propria camera, sia, al contrario, di negazione della pandemia, ciò che l’adulto dovrebbe fare è provare a raggiungere il ragazzo/a là dove lui/lei lo porta, a dare un senso alle sue credenze, alle sue paure, alle sue difficoltà, ascoltando con curiosità il suo punto di vista, senza pregiudizi o valutazioni.

Questo può essere anche inteso come suggerimento ad avvicinarsi alle sue passioni e, in generale, al suo mondo: mettere il naso con curiosità nel gruppo musicale preferito, chiedere informazioni sulla sua serie TV che sta guardando, interessarsi al manga appena uscito.

E non per “emulare i ragazzini” (cosa che per un adolescente è estremamente imbarazzante), bensì per conoscere il proprio figlio/a partendo dai suoi stessi interessi.

Conclusioni

In conclusione, questa pandemia ha portato tutti noi ad affrontare grandi paure e a mettere in discussione molte certezze. È probabile che in alcune persone, soprattutto in quelle più colpite, rimarrà un segno impresso nella memoria.

C’è però la speranza che questa situazione possa aiutarci a riavvicinarci, raccontandoci l’un l’altro chi siamo, cosa desideriamo, cosa ci spaventa, quali sono le nostre paure e i nostri sogni.

Spesso noi adulti restiamo chiusi nel silenzio pensando che “è banale dirsi certe cose”, “che sono scontate” o che raccontare ai propri figli come ci si sente possa farci perdere quell’autorità necessaria all’educazione.

Esprimere ciò che siamo è invece uno degli ingredienti fondamentali del rapporto tra genitori e figli, che nutre un dialogo fatto di scambi, di possibilità, di autenticità e insegna loro che le relazioni, quelle vere, funzionano quando ci si sente liberi di dire ciò che si pensa e ciò che si sente: perché se una relazione è buona, si viene ascoltati, sempre!

A cura di Silvia Pessi, Psicologa e Psicoterapeuta Stimulus Italia

Lascia un commento