Stress

Lo stress: comprendere la sua natura, gestire i suoi effetti – (PARTE 3 di 3)

Gli stili cognitivi responsabili dello stress

La reazione di stress, mediata biologicamente, può essere amplificata o ridotta in base allo stile di pensiero che la persona adotta abitualmente di fronte a problemi complessi. Di seguito descriveremo le principali distorsioni cognitive che ci predispongono ad una reazione di stress amplificata.

1. Pensare che la fonte del problema sia nella nostra (presunta) incapacità.
Questo pensiero rappresenta un’affermazione mal posta, perché dà per scontato che la situazione che stiano affrontando sia un fatto negativo in sé (un “problema”) e ci porta a imputare questo errore a se stessi. Nonostante l’assurdità di questo assunto, esso rappresenta di fatto quello che spesso sentiamo quando siamo in preda allo sconforto e siamo arrabbiati con noi stessi. Questo assunto costituisce una svalutazione di sé e mette in luce una temporanea perdita di autostima.

2. Pensare di non poter fare qualcosa di utile per modificare la situazione.
Questo pensiero testimonia una perdita di autoefficacia, viene cioè a mancare la percezione soggettiva di poter incidere sulla realtà esterna. La perdita di questa fondamentale percezione può comportare a sua volta la perdita di lucidità e l’aumentare di piccoli errori di valutazione, che sommati nel tempo rischiano di diventare la prova di essere incapaci (in gergo si chiama profezia che si auto-avvera).

3. Cercare la causa del problema piuttosto che la sua soluzione.
Questo pensiero può sembrare all’apparenza ben formulato. In effetti, quando si va dal medico ci si aspetta che egli risalga all’origine dei sintomi, poiché conoscendo la causa è più probabile riuscire a curare la malattia. Ma se applichiamo questo ragionamento alla realtà quotidiana di una famiglia o di un’organizzazione di lavoro, che hanno a che fare tutti i giorni con problemi di varia natura, l’assunto diventa a tutti gli effetti un pensiero persecutorio, che porta a cercare il colpevole di una situazione imprevista e a non concentrarsi sulle possibili soluzioni del problema. La procedura più corretta sarebbe, pertanto, cercare prima la soluzione e poi la causa, ma è più facile cedere alla tentazione di trovare il colpevole.

4. Consolarsi pensando a ciò che di buono ci è rimasto.
Questo pensiero appartiene allo stile di coping regressivo ed è un pensiero di natura depressiva: si vede nel cambiamento un impoverimento piuttosto che un accrescimento, si tende a voler conservare a tutti i costi un’immagine positiva di sé ancorata a vecchi successi e ci si preclude la possibilità di mettersi in gioco di nuovo.

5. Pensare che il problema non ci riguardi.
L’ultimo punto, infine, rappresenta una palese negazione del problema. Spesso capita di trovarci in situazioni difficili per colpa di altri, ma questo non ci dispensa dall’affrontare il problema. Immaginiamo di essere al lavoro: il motto “tutti per uno, uno per tutti” non vale solo quando uno dei nostri è in difficoltà, ma anche quando egli commette un errore, e affinché l’intero gruppo non ne paghi le conseguenze tutti devono agire per risolvere il problema. Pensare che il problema non ci riguardi sarebbe un danno prima di tutto a noi stessi.

Conclusioni: aderire alla realtà come soluzione per gestire lo stress

Far fronte a un problema richiede l’utilizzo flessibile di due strategie complementari:

  1. Attenzione su di sé. La persona si chiede in che modo sta affrontando la situazione, su quale aspetto si sente fragile e accetta che la difficoltà sia propria senza cercare un colpevole. Il soggetto cerca di stare in contatto con sé e di capire come è situato emotivamente rispetto al problema che sta vivendo. In questa fase le domande da non porsi sono “dove ho sbagliato”, “perché capitano tutte a me”, “come mai non ci ho pensato prima”.
  2. Attenzione sul problema. La persona si chiede come può affrontare la situazione, in che modo essa può dare la spinta ad arricchire se stessi e analizza la situazione senza dare per scontato alcunché, ossia mantenendo un esame corretto della realtà. Il soggetto cerca di aderire alla realtà per come si presenta, senza perdersi nell’analisi delle possibili cause del problema. Le domande da non porsi sono “come avrei potuto evitarlo”, “come mai agli altri non capitano queste cose”.
    Il motivo per cui si dovrebbero evitare certe domande è molto semplice: sono tutte formulate male. Chiedersi “dove ho sbagliato” dà per scontato che ci sia stato uno sbaglio, mentre all’opposto chiedersi “perché capitano tutte a me” dà per scontato che gli eventi capitino per caso. Ogni situazione va valutata singolarmente: può essere che ci sia stato un incidente fortuito come può essere che la responsabilità sia nostra, ma certamente la questione attuale è come uscirne.

 

Far fronte a un problema implica infine il superamento di una ferita narcisistica, ossia:

  1. Accettare che non si può evitare la fatica di affrontare la realtà, poiché la realtà non funziona secondo i nostri schemi e non sempre si hanno fin da subito i mezzi per affrontarla efficacemente.
  2. Accettare i propri limiti. Non pretendere che gli altri alleggeriscano i nostri pesi, non vedere negli altri un’estensione di sé, accettare l’altro come diverso.
  3. Accettare di non essere sempre uguali a noi stessi. Accettare di poter scoprire nel tempo aspetti di noi stessi che non conosciamo ancora, capaci forse di orientarci verso la scelta di strategie più funzionali e adattive.

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