Kintsugi, cover con scritta

Kintsugi: l’arte di valorizzare le ferite

In Occidente c’è la tendenza a gettare via gli oggetti quando questi si spaccano, oppure si cerca di ripararli senza lasciare tracce visibili del danno.

Spesso per noi occidentali la rottura e la cicatrice hanno un’accezione negativa, legata al dolore, alla vergogna, al senso di colpa e al fallimento.

Che cos’è il Kintsugi? 

Nella cultura giapponese emerge una visione diversa rispetto a questa tematica, in quanto ogni storia, anche la più tormentata, è fonte di bellezza e ogni cicatrice ha un valore importante da mostrare con orgoglio.

Proprio su questa idea si fonda la tecnica del Kintsugi, che consiste nell’utilizzo di oro o argento per la riparazione di oggetti in ceramica: in questa pratica i metalli preziosi vengono impiegati per saldare assieme i frammenti.

Questa tecnica offre spunti di riflessione più profondi, oltre il semplice ‘riparare un oggetto’: le crepe vengono valorizzate nel riempirle con dell’oro, conferendo all’oggetto che ha subito una ferita e che ha una storia da raccontare di diventare ancora più bello.

L’idea è appunto quella che un oggetto rotto abbia, proprio in virtù della sua rottura, una storia, che lo rende più pregiato, un po’ come le cicatrici dei guerrieri che tornano dalle loro battaglie.

La crepa, la ferita, è allora da valorizzare, arricchendola con del materiale altrettanto prezioso proprio per esaltare la storia della sua ricomposizione.

La tecnica del Kintsugi evidenzia che da una ferita è possibile creare una nuova forma da cui nasce una storia ancora più preziosa, sia esteticamente che interiormente.

Elaborare una ferita

Una vera e propria metafora della nostra vita, se ci si pensa.

A chi non capita di subire rotture e ferite nella propria esistenza?

In Occidente culturalmente si fa fatica ad accettare, a diventare consapevoli e a fare la pace con le proprie crepe tanto del corpo quanto dell’anima.

Le ferite, le spaccature e le fratture sono percepiti come fragilità, imperfezione, additati e colpevolizzati, poiché si pensa in termini duali di o ‘è intatto’ o ‘è rotto’,

Nella cultura orientale le dicotomie in opposizione vengono rifiutate e ci si orienta alla compresenza degli opposti, ad una nuova e unica gestalt nella quale gli opposti smettono di essere tali e fluiscono armoniosamente nella vita.

La vita porta insieme integrità e rottura, ri-composizione e costante mutamento.

Così anche per le persone che hanno sofferto ed hanno ferite nel corpo e dell’anima è possibile valorizzare le proprie cicatrici acquisendo una nuova bellezza e preziosità.

Il dolore, la sofferenza è parte della vita, se impariamo a sentirlo e a riconoscerlo in primo luogo insegna, dice che si è vivi. Poi, quando è elaborato, passa e ci lascia cambiati, a volte più forti, a volte più saggi. In tutti i casi lascia un segno.

Elaborare una ferita è un procedimento lento, e che necessita cura, pazienza e amore, ma garantisce risultati imprevisti e bellissimi, e può rivelare aspetti nascosti e forme nuove e affascinanti.

Così si scopre che da un’imperfezione, da una crepa, può ‘come per magia’ nascere una forma nuova e unica.

Proprio come le nostre vite.

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